Patto tombale
Con queste “parti sociali” l’Italia non torna a crescere
L’esultanza diffusa tra media e politica in merito alle proposte comuni di Confindustria e sindacati “per l’occupazione e la crescita”, presentate due giorni fa alla festa del Pd di Genova, è stata sopita ieri dai numeri tutt’altro che lusinghieri sulla crescita italiana. Secondo l’Interim economic assessment dell’Ocse, infatti, la nostra sarà l’unica tra le maggiori economie del pianeta a chiudere il 2013 in recessione. Il pil italiano scenderà dell’1,8 per cento (dopo il meno 2,4 fatto segnare nel 2012), mentre gli Stati Uniti cresceranno dell’1,7 (dopo il 2,8 del 2012), il Regno Unito dell’1,5 per cento (dopo il più 0,2 del 2012), la Germania dello 0,7 (più 0,9 nel 2012). Prado Il mostro togato europeo che rischia di soffocare le imprese italiane

L’esultanza diffusa tra media e politica in merito alle proposte comuni di Confindustria e sindacati “per l’occupazione e la crescita”, presentate due giorni fa alla festa del Pd di Genova, è stata sopita ieri dai numeri tutt’altro che lusinghieri sulla crescita italiana. Secondo l’Interim economic assessment dell’Ocse, infatti, la nostra sarà l’unica tra le maggiori economie del pianeta a chiudere il 2013 in recessione. Il pil italiano scenderà dell’1,8 per cento (dopo il meno 2,4 fatto segnare nel 2012), mentre gli Stati Uniti cresceranno dell’1,7 (dopo il 2,8 del 2012), il Regno Unito dell’1,5 per cento (dopo il più 0,2 del 2012), la Germania dello 0,7 (più 0,9 nel 2012). L’Ocse invoca ancora riforme e invita a “ridurre gli ostacoli strutturali che impediscono la creazione di posti di lavoro”. Basterà dunque che il governo Letta si ispiri al documento stilato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, definito “una svolta” sulla prima pagina del Sole 24 Ore di ieri, e celebrato in un editoriale dell’Unità come il ritorno della “alleanza tra produttori” dei “gloriosi anni 70”? Più che legittimo dubitarne, dice al Foglio Vito Tanzi, per vent’anni direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale: “Il documento di Confindustria e sindacati è pieno di richieste di riforme e scelte politiche che vari governi precedenti non sono stati capaci di introdurre. Non dà alcuna impressione che gli autori abbiano capito che uno dei problemi italiani è che ci sono spesso troppi cuochi in cucina. Chiede di mettere fine ai ‘tavoli di confronto’ aperti presso il ministero dello Sviluppo economico e invoca la creazione di una ‘cabina di regia nazionale sulle crisi d’impresa’, ma queste ‘cabine’ non hanno mai dato risultati positivi perché i vari cuochi non condividono i principi fondamentali. Si trovano d’accordo soltanto nel chiedere di più al governo. Le cabine di regia hanno fondamentalmente la funzione di far sentire importanti quelli che vi partecipano”.
Tanzi, che per il Fmi ha seguito da vicino crisi economiche in tutto il mondo (sul default argentino ha scritto anche un libro), non si stupisce troppo del “ruolo conservatore” delle parti sociali, sicuramente non più disponibili ad attuare riforme radicali di quanto lo siano i tanto biasimati politici: “La sola eccezione che mi viene in mente fu quella dell’Irlanda nella seconda metà degli anni Ottanta. Lì tutti realizzarono che le politiche del passato, anche se lievemente modificate, non potevano sollevare quel paese dalla disastrosa situazione in cui si trovava. Era necessario aprirsi al mercato”. Commentando poi la richiesta generalizzata di riduzione del carico fiscale (meno prelievo sui redditi da lavoro, eliminazione della componente lavoro sulla base imponibile Irap, stabilizzazione delle misure di detassazione dei salari di produttività), a fronte di una richiesta generica di “revisione della spesa per garantire servizi di qualità a cittadini e imprese”, Tanzi dice: “E’ la conferma che il populismo anti economico continua ad andare molto di moda in Italia”. L’economista non si fida nemmeno dell’appello a resuscitare le “politiche industriali”: “La politica industriale più importante sarebbe la vera liberalizzazione del mercato del lavoro”. Cioè quanto continuano a chiedere le principali organizzazioni internazionali, l’Ocse e il Fmi, o istituzioni come la Banca centrale europea.
Conclude Tanzi, sottolineando quel che a suo dire manca assolutamente nel documento delle parti sociali: “Il problema principale che ha l’Italia è ancora quello di un enorme debito pubblico e di un indebitamento netto che rimane al di sopra di quello che dovrebbe essere. La spesa pubblica nel 2012 era, secondo l’Eurostat, al 50,6 percento del pil, di poco inferiore solo a quella del 2009 che aveva raggiunto il 51,9 per cento del pil a causa della brusca caduta del denominatore, il pil stesso. Il debito pubblico nel 2012 aveva raggiunto già il 127 per cento del pil, ora continua a crescere. A dispetto di questo problema fondamentale, che è il gorilla nel salotto, si chiedono altre agevolazioni fiscali. Gli autori del documento non sembrano rendersi conto dell’effetto che queste riduzioni fiscali avrebbero sul reddito dello stato e sui conti pubblici. Da dove verrà la compensazione? Dalla spending review su cui nessuno procede? O da tasse sul resto dell’economia, come l’Iva o l’Imu, che nessuno però sembra volere? Questo non è un documento da prendere sul serio”, conclude Tanzi.